20 febbraio 2011

RIFLESSIONI STATISTICHE (Parte III)

Le variabili potrebbero essere ancora numerose, ma scendere troppo nei particolari non avrebbe grande significato.
Fare lo sforzo di inquadrare sé stessi zoomando all’indietro, può rendere visibili dati e fatti impercettibili a distanza ravvicinata. A volte, per comprendere la realtà in cui siamo immersi, dobbiamo astrarcene, assumendo il punto di vista dell’aquila. Non esci da un labirinto correndo a destra e a manca. Hai bisogno di una mappa, di una foto scattata dall’alto.

La cosa che più mi ha impressionato di questa giocosa zoomata, non è tanto la penuria di Tempo Personale, quanto piuttosto la sua volatilità rapportata alla rigida immobilità da monolita del Tempo Occupato. E’ ovvio che si tratta di un’analisi profondamente personale.
Non ho infatti nessuna difficoltà a credere che ci siano individui capaci di raddoppiare il proprio Tempo Personale dormendo 2 o 3 ore a notte o rinunciando ad un pasto o sacrificando una parte del Tempo Familiare. Conosco persone capaci di mantenere concentrazione, lucidità e attenzione sui propri obiettivi in forti condizioni di stress, riuscendo abilmente a rendere produttivi anche ritagli di tempo personale da 15/20 minuti dispersi nell’arco della giornata.
Tanto di cappello. Purché si ammetta che non è ...gratis.
Tutto ha un prezzo. “Volere è Potere” è una frase bellissima ma anche uno strumento poco affilato, di sicuro impatto emotivo, ma non pratico.
Per poter interpretare e gestire la realtà che ci circonda dobbiamo fare lo sforzo di comprenderla, poi dare alle parole ed ai concetti il loro giusto peso, liberandoli da retorica, sacralità e superomismo e infine definire strumenti interpretativi adeguati.
Ognuno di noi ha la possibilità di mettere in campo le proprie risorse, comprese quelle di Tempo, quelle di Spazio, quelle Energetiche ed Emotive, per raggiungere un obiettivo, purchè sia disposto a pagarne (e/o a farne pagare) il prezzo.
E’ inevitabile, a meno di credere alle favole.

19 febbraio 2011

RIFLESSIONI STATISTICHE (Parte II)

E’ scontato che quanto detto fa riferimento alla “Settimana Standard”, cioè quella rappresentativa della maggior parte delle settimane del mio anno. L’andamento osservato potrebbe essere "affinato" integrandolo con ulteriori elementi quantitativi che qualitativi.
Per esempio all’interno del Tempo Occupato è possibile ritagliare “Nicchie di Qualità”. In questo senso io sfrutto il tempo trascorso nell’ autobus dal/per il posto di lavoro per leggere.
In ogni caso, il valore di tale nicchie non va sopravvalutato: sono solo parentesi utili contro la noia (per es. per una parte dell’anno la luce è insufficiente per lalettura; spesso l'autoradio ha il volume troppo alto; altre volte si finisce per chiacchierare di calcio o per fare una pennichella).
Grande peso hanno invece certe incombenze periodiche non liberamente procrastinabili: per esempio il lavoro legato alla Dichiarazione dei Redditi e alla gestione della documentazione familiare; la normale routine medico-sanitaria; un minimo di manutenzione della propria abitazione e dei locali annessi nonché dei propri mezzi di trasporto, etc.. E’ naturale che esse attingano ore dal Tempo Personale e Familiare, in misura per nulla trascurabile.
Ho volutamente lasciato da parte Imprevisti e Vacanze.
I primi per la loro imprevedibilità intrinseca; le seconde in quanto, avendo l’obiettivo sacrosanto di rompere la routine, si configurano come un “Tempo a Parte”. E’ superfluo aggiungere che a volte si attinge proprio da questo Tempo a Parte per integrare il Tempo Occupato.

16 febbraio 2011

RIFLESSIONI STATISTICHE (Parte I)

Nei giorni scorsi ho letto il libro “Getting organized in the Google era” di D.C. Merrill.
Mi ha attratto il fatto che, nonostante si tratti di un testo americano, consideri strategicamente determinante nella vita di molti individui, l’eventualità di un orario lavorativo settimanale “fisso, cioè basato su un orario giornaliero "dalle ore X alle ore Y" non modificabile.
Per puro divertimento ho deciso di fare una mini-statistica su base personale che si è rivelata illuminante. Partendo dal dato che la “Settimana Standard” analizzata si compone di 168 ore (24 ore x 7 giorni), ho osservato quanto segue:

Tempo Occupato: 131 ore (78% della settimana)
Tempo Libero:        37 ore (22% della settimana)

Il Tempo Occupato tiene conto delle ore lavorative vere e proprie, di quelle propedeutiche al lavoro (viaggio, spostamenti, preparazione), del tempo dedicato al Sonno e alle attività essenziali personali e familiari, del tempo familiare non ricreativo (per es. accompagnare i bambini a scuola o fare la spesa).
Il Tempo Occupato come sopra definito è quasi completamente “anelastico”: un “Blocco-ore immobile non riducibile”. Infatti le poche ore “disoccupabili” si trovano tutte nella fascia dedicata al Sonno, mentre quelle “spostabili”, tra le ore dedicate alle altre attività essenziali (igiene personale, nutrimento).

Il Tempo Libero (definizione di comodo), tiene conto dei vuoti tra un Tempo Occupato ed un altro, delle ore serali pre-Sonno, della mancanza di attività lavorativa nel fine settimana. Le 37 ore così osservate  non sono correttamente valutabili se accorpate perché qualitativamente eterogenee, per cui le ho divise in 2 gruppi:
Tempo Libero Familiare19 ore alla settimana (11,3%):   è il tempo libero passato in famiglia;
Tempo Libero Personale: 18 ore alla settimana (10,7%):   è il tempo libero per sé stessi.
Inoltre delle 18 ore settimanali del Tempo Libero Personale, 12 ore sono nella fascia serale pre-Sonno (per me a bassa intensità energetica), mentre le altre 6 sono sparse nel tardo pomeriggio e si configurano come vuoti rigidamente incastonati tra 2 Tempi Occupati.

Non ho deliberatamente inserito il c.d. Tempo Sociale, cioè quello dedicato agli amici, ai parenti, agli eventi di vario tipo, etc., in quanto lo considero una libera scelta assoluta e quindi non ritengo necessaria una “riserva ore” appositamente dedicata. Esso va ovviamente ad attingere ore dal Tempo Libero Familiare e da quello Personale.

26 dicembre 2010

6 dicembre 2008

My HI-TEC "Coffee Machine"

Pare che nessuno voglia prendere sul serio la mia passione per il caffè americano. "Troppo annacquato"...mi si dice, con sorriso ironico. Non rispondo neanche! Il caffè americano, se ben fatto, ha la dignità, (non trascurabile, credetemi) della quantità. Tazza grande significa più tempo per degustarlo in relax, inalandone i fumi caldi e aromatici. Che dire: è...confortevole. Caloroso, come un vecchio amico.
Di più! E' socializzante, perchè per finirlo non basta qualche fugace minuto al bancone del bar!
E' un invito alla calma. Indipendentemente dal contenuto di caffeina...
















Dall'ultimo viaggio in America, ho riportato una "Absolutely Hi-Tec Coffee Machine", dalle caratteristiche rivoluzionarie! E qualche giorno fa, tra gli scaffali del supermarket, ho trovato, il caffè adatto. Ne bastano un paio di cucchiaini, e il gioco è fatto!!! L'unico problema è trovare chi venda i filtri. La mia scorta americana non durerà per sempre...! Ma quanto mi manca l'America???

Ehi Gaby, thanks for your "Hi-Tec Coffee Machine"...easy to use and easy to wash...Here nobody can understand my "American Coffee passion"...Italians!.... You know them very well, don't you? Well, say "ciao" to Durham and ...have a delightful cup of coffee with us!!!!!!!

4 luglio 2008

Sprazzi di 4 Luglio

Gli ultimi giorni sono sempre un po' strani. C'e chi arriva e c'e chi va. Casa di Gaby e' una girandola di persone. E' incredibile il modo in cui riesce ad essere ospitale. Mi manchera' il suo caffe', gustato con calma nella Sun Room. Ma soprattutto il sorriso sincero con cui te lo porge, ogni mattina. I pensieri si sovrappongono. Non so perche' la mia mente torna allo scorso anno. E a quelli precedenti. Oggi e' il 4 Luglio. Festa nazionale. Una delle giornate piu' calde ed umide da quando siamo qui. Verso le 6 del pomeriggio arriviamo in casa di John e Silvia, nella foresta di Chapel Hill, NC. John, come sempre, ha preparato un eccellente American Barbecue. C'e' tanta gente. Sono rappresentate almeno 5 o 6 nazionalita' diverse. Un cane. Un gatto. Americani, credo. Mi perdo in piacevoli discorsi con dei signori italiani che vivono in North Carolina. Non tornerebbero in Italia, mi dicono. In effetti, sembrano molto a loro agio quaggiu'. Uno mi fa i complimenti per la promozione del Lecce in serie A. Vado in estasi !

All'improvviso, scoppia un temporale. Il canale delle previsioni non sbaglia! Entriamo in casa. Il gatto Panther mi segue e si struscia. "Sei un bravo gatto" gli dico. Mi guarda estasiato. Ma forse non capisce l'italiano. Verso le 9.30 andiamo via. L'acqua sull'asfalto bollente evapora in un fumo denso. Quasi nebbia. "Durham is Civilization" scherza Gaby mentre guida rilassato verso casa, "anche la pioggia e' piu' delicata di quella di Chapel Hill", continua, in inglese. Ridiamo di gusto. Ma c'e' poco da ridere. Ci accorgiamo che le strade sono coperte di rami strappati dagli alberi. Nel giardino di Gaby c'e' n'e' uno davvero grosso. Per fortuna non e' caduto sul tetto. Una tromba d'aria. E poi manca la corrente elettrica. E manchera' per tutta la notte. Restiamo a lume di candela. E' divertente, per una volta: "I hope the coffee machine will be working, tomorrow morning, eh eh eh....", provo a fare lo spiritoso. Andiamo a dormire. Non possiamo fare altro. I pensieri mi si confondono ancora. Tra pochi giorni partiamo. Cena di benvenuto per chi arriva, cena d'addio per chi parte, come da tradizione. Bisogna preparare i bagagli. Chissa' se entrera' tutto. Ci prende un po' di malinconia, mentre la pioggia continua a ticchettare sul tetto. E' tempo di tornare a casa. E di andare incontro a qualcosa di grande.

In lontananza sento il crepitio dei fuochi d'artificio.
E' il 4 luglio.
Arrivederci, America!
E Auguri sinceri!

30 giugno 2008

Raleigh, NC (la capitale!)

La vista dei palazzi, dopo tanta foresta, e' inaspettatamente confortante. Almeno fino a quando il caldo torrido non li rende piu' reali ed opprimenti. Dopo la visita al N.C. Museum of Natural Sciences, ci rifocilliamo al Port City Java Cafe'. Il pomeriggio e' lungo. Inutile affannarsi. Il barista vuole a tutti i costi esibire il suo italiano: "Buongiorno", "Ciao", Arrivederci". L'ha imparato a Venezia, dice, visitata tempo fa per il Carnevale. Crede che Lecce, "the heel of the boot" nella brillante indicazione geografica di Dany, prenda il suo nome dal Latte..."It's like milk, isn't it?"....Si, si, come no....Pero' il caffe' e' buono e la toilette e' pulita. La nostra passeggiata prosegue su Fayetteville Street, larga ed equilibrata, ma del tutto deserta.
Mentre mi chiedo come arriveremo all'ora di cena, si avvicina un ciclista dell'ufficio turistico locale. E' perfetto, col caschetto e l'uniforme d'ordinanza. Non me la sento di scattargli una foto. Cartina stradale, un paio di indicazioni e ci saluta sorridente: "Wow..italians...Great!...". Lo ritroviamo appena svoltato l'angolo che aiuta dei turisti messicani. Bravo ragazzo! Ottimo lavoro! Seguiamo le sue indicazioni, a passo lento. Fa davvero caldo. Non resistiamo alla tentazione di criticare l'incapacita' degli americani di valorizzare i loro downtown. Veniamo impietosamente smentiti dalla vista del Moore Square Park: tanta gente, locali, botteghe e, soprattutto, concerti rock gratuiti per tutta la giornata. A voler fare i sociologi dilettanti, si rimediano pessime figure! Il gruppo del giorno sono i Blind Melon, che mi ricordano un viaggio in svizzera da Gipo e Angela di oltre un decennio fa.....collegamenti tra neuroni....collegamenti che evidentemente mancano ai tizi della security che ci chiedono i documenti per verificare se abbiamo piu' di 21 anni. Ci timbrano la mano. "21&Over". Ok.
Fantastici! (Per inciso, la richiesta e' legata all'eventuale acquisto di alcolici).



















La musica martella, mentre ci dirigiamo al Flying Saucer. Oltre cento birre alla spina tutte diverse e da ogni parte del mondo. E' affollato. Non possiamo sottrarci all'aperitivo ne' alla gustosa scenetta di un signore attempato che ci prova con una cameriera compiacente. D'improvviso, il marpione, sobbalza al flash della mia digitale. Volevo solo immortalare le pareti del pub ricoperte di centinaia di piatti. Non so dove nascondere lo sguardo..... Usciti, mentre una nuvola solitaria rovescia quanto puo' su di noi, prendiamo la macchina e andiamo a cena su Glenwood Avenue: elegante, festosa, piacevolmente frequentata. Bella Raleigh. Non me l'aspettavo.
Dal centro della foresta, ad una citta' che sa vivere. Ci voleva proprio!

20 giugno 2008

To the beach

Il sole mi abbaglia attraverso il parabrezza. L'autoradio diffonde musica Irlandese dai ritmi troppo ipnotici per le quattro del pomeriggio. Decidiamo per qualcosa di piu’..... “on the road”. Dopo oltre 20 anni capisco finalmente le parole di “The Logical Song” dei Supertramp. Soddisfatto, assumo una posizione di guida rilassata. Le 180 miglia che ci separano da Durham scorrono piacevoli tra tratti di foresta e zone rurali. Baracche fatiscenti e semidiroccate si alternano a grandi giardini ricamati intorno a ville lussuose. Mi piacerebbe averne una.

"...When I was young, it seemed that life was so wonderful, a miracle, oh it was beautiful, magical...But then they send me away to teach me how to be sensible, logical, responsible, practical... And they showed me a world where I could be so dependable, clinical, intellectual, cynical..."


Due giorni prima, la costa del North Carolina ci aveva accolto con qualche minuto di pioggia, sotto le nuvole di Morehead City. Il tempo di lasciare i bagagli e splendeva gia' il sole. Piu' tardi, avremmo girovagato in macchina nelle zone circostanti: Atlantic Beach, Indian Beach, Pine Knoll Sores e soprattutto Emerald Isle: la spiaggia grandissima e semideserta ha un accesso pubblico molto limitato. Gli edifici residenziali sono di un certo livello. “Gente che si sa godere il mare”, ho pensato, prima di scendere in cerca di luoghi da fotografare.


A dire il vero, il primo contatto con il mare lo avevamo avuto gia' a poche ore dal nostro arrivo. Seduti sul motoscafo di Captain Don per un tour naturalistico nel mare di Beafourt, 20 miglia a est di Morehead City, ci siamo imbattuti in un gruppo di delfini. Fermi in attesa che affiorassero dall'acqua, ascoltavamo rapiti gli aneddoti del Capitano. Non ho capito una sola parola. Per colpa dell'accento del sud, naturalmente.... Pare che prima fosse proprietario di un ristorante. Poi, stufo di lavorare, ha venduto la sua parte ad un socio ed ha cominciato la bella vita della guida turistica motoscafista. Aria, mare, gente. Sembra felice. Mi chiedo cosa faccia d'inverno.
La mattina dopo, stessa barca, stesso logorroico capitano, stesso dannato accento del sud. Raggiungiamo le Shackelford Banks, isole note per la presenza di cavalli allo stato selvatico. Ne abbiamo visto solo uno, da lontano, poco prima di ripartire. Io mi sono divertito a inseguire (si, a inseguire, perche'?) i Ghost Crabbs. Granchi semitrasparenti. Tu li segui e loro scappano di lato, infilandosi in tunnel dalla sezione perfettamente circolare, che scavano nel giro di pochi secondi. Prima pero' ti guardano. Intensamente. Esilaranti! Almeno quanto io per loro!



Tornati a "terra", bruciati e affamati, ci siamo fatti convincere dalla seguente scritta sulla vetrata di un locale: "Here the best hamburger in Beufort!". Fossimo andati nel piu' vicino McDonald sarebbe stato meglio. Davvero pessimo! Ne sento ancora l'aroma di ketchup alla cipolla!
Ci siamo rifatti con un caffe' scadente e la doverosa visita al museo dedicato al Pirata Barbanera, eroe locale. Gli americani hanno un museo per tutto. Gratis, per fortuna.

"At night, when all world's asleep, the questions run so deep for such a simple man...Won't you please, please tell me what we’ve learned I know it sounds absurd but please tell me who I am, who I am, who I am, who I am..."
Lo stesso cd gira ormai da ore. Abbiamo sopportato il sole negli occhi per tutto il viaggio. Ecco Durham, finalmente. Ed ecco l'uscita 270. In pochi minuti saremo a casa. Sorrido contento alla promessa di un piatto di spaghetti al pomodoro e di un bicchiere di vino rosso. Una prospettiva, tutto sommato, magnifica!

14 giugno 2008

Hillsborough, NC

Entro da "Cup-a-Joe" per bere qualcosa. Dall'atra parte di West King Street due bambinette bionde vendono te' freddo ai passanti, saltellando intorno ad un tavolino pieno di bicchieri di plastica. Per loro e' un gioco. Dopo aver preso la mia tazza di cappuccino, siedo ad un tavolino non troppo pulito. Il locale e' piccolo e angusto e a dire il vero, neanche tanto confortevole. Sulla parete e' appesa una racchetta scacciamosche. Ed un tizio l'ha pure usata......Pero' e' segnalato tra le attrazioni di "Downtown Hillsborough" ed e' pieno di clienti. Il cappuccino non e' granche', ma fingo che sia buono. La cameriera col piercing al naso e alla bocca ha impiegato un bel po' a prepararlo e alla fine mi e' sembrata piuttosto stressata. Non vorrei deluderla. Preparare un espresso o un cappuccino da queste parti non sembra impresa facile! Pero' il posto mi affascina e trovo l'atmosfera giusta per scrivere due righe sul mio taccuino.

Hillsborough, NC si autopromuove come cittadina storica, esaltando (eccessivamente) le sue vecchie case coloniali. Dal mio punto di vista di europeo "storicamente scafato", la vera attrazione e' il Farmers Market dove stamattina ho accompagnato Sandra che vende i suoi gustosi formaggi. Piacciono molto a giudicare dal numero di persone che si fermano, assaggiano, ascoltano interessate le sue descrizioni gentili e accurate e poi comprano. Ha un sorriso per tutti, Sandra, e credo che questo sia, insieme alla qualita' del prodotto, la migliore autopromozione. Nel Farmers Market si trovano pane fresco, frutta e verdura, dolci, marmellate, caffe', bevande, etc, e poi manufatti di vario tipo. Tutto direttamente dal produttore al consumatore. Una delicata riscoperta della genuinita' agricola e artigianale, nell'oceano di prodotti commerciali di massa che e' l'America. Soprattutto l'America del cibo. E' un po' come se noi salentini riscoprissimo le vere sagre paesane di 20 anni fa (a cui abbiamo rinunciato per far posto a quelle di plastica, attuali). A meta' mattina, mentre un tizio comincia a suonare la chitarra folk sotto un gazebo bianco, mi allontano per un po' avendo saputo che ad un paio di isolati di distanza c'e' un altro Farmers Market, nato da una scissione per un accordo mancato tra i venditori sulle "modalita' di gestione": autogestione contro gestione manageriale. E' la storia dell'umanita' che si ripete: "ce la caviamo da soli o ci facciamo pianificare la vita da qualcun altro?". Faccio qualche foto, farfuglio qualcosa ad un tizio baffuto che voleva vendermi delle uova: "Ehi man! You seems to need my eggs!", mi dice. "Ehm, no, no, thanks ....and... well... why should I eat your eggs...?", gli rispondo. 5000 abitanti, 2 Farmers Markets........

Finalmente, accaldato, mi dirigo da Cup-a-Joe.















Si e' fatto tardi. Devo smettere di scrivere. Fingo di finire il mio cappuccino. Lo scacciamosche e' ancora al suo posto. La cameriera col piercing sembra piu' rilassata. Mi alzo ed esco. Fa un caldo soffocante. Le bambinette bionde hanno smesso i panni delle venditrici di bevande ghiacciate e si stanno rilassando strusciandosi su mamma e papa', all'ombra di un grosso albero. Meglio cosi'. I bambini non sono stati creati per lavorare. Neanche per gioco. Sorrido di me stesso per questo pensiero e torno da Sandra. E' mezzogiorno, e' ora di smontare il banchetto dei formaggi e tornare a Durham per pranzo. Tutti si salutano e si danno appuntamento al prossimo mercatino. Sembrano sinceri. Mi piace stare qui.

Grazie Sandra, per questa mattinata cosi' bella! I feel very good today!

13 giugno 2008

Campionati Europei di calcio alla Duke University


Quello che segue e' un dialogo, realmente avvenuto durante la partita Olanda-Italia (3-0) di lunedi' scorso, tra me e un altro italiano.

IO: "Porca vacca, se si buttava gli dava rigore"
LUI: "Aaaah, ma sei italiano? Non lo sapevo!"
IO: "Certo, si, si sono italiano..."
LUI: "Si, si gli dava rigore!"

Fine del dialogo. Mai piu' rivisto.
Sullo sfondo studenti olandesi stravaccati e rilassati sulla moquette della sala TV del "Brian Center" e studenti orientali che si ammazzavano dalle risate ogni volta che un giocatore cadeva a terra....dimostrando di aver capito che in fondo, una partita di calcio, non e' altro che una bella commedia!

8 giugno 2008

What a beautiful place!

E' il nostro quarto viaggio negli U.S.A. e in particolare qui a Durham, nel North Carolina. C'e' un'attrazione magnetica tra me e questo luogo, una specie di affinita' caratteriale. Niente schiamazzi, niente traffico cittadino, un silenzio prezioso e riposante e... tanta foresta.
Scesi dall'aereo siamo stati accolti dalla tipica calura umida della Durham estiva, e, soprattutto, dal calore affettuoso dei nostri amici.
Il tempo di ritirare i bagagli e Gaby e Sandra ci hanno portato a cena da Brixx, dove secondo gli italiani che vivono qui si mangia la migliore pizza della citta'. Erano le 20.30 circa.
Poi, finalmente, il meritato riposo, dopo oltre 24 ore dalla nostra partenza da Lecce e non so quanti mesi di stress alle spalle!
La mattina dopo, sempre nel rispetto della... tradizione, siamo corsi da Brueggers su Ninth Street, per un'abbondante breakfast a base di Bagels, la nostra colazione americana preferita. Stavolta, avendo bisogno di un supplemento di zuccheri per riprendermi dal viaggio, ho optato per una Cinnamon Sugar Bagel, quella aromatizzata alla cannella.
Spettacolo puro.
Qui si sono uniti a noi 3 ragazzi colombiani, amici di Gaby: Miguel, sua moglie Dalia (questo nome ci piace proprio!) e la sorella di lei Lina. Persone davvero interessanti e molto piacevoli da ascoltare (nonostante il nostro inglese sia piuttosto arrugginito).
Dopo colazione, un rapido giro al Central Park Farmers Market, dove Miguel ha comprato una specie di grosso bidone di materiale plastico per recuperare, filtrare e conservare l'acqua piovana (very ecological! ma mi ricorda tanto le "ozze" della tradizione agricola salentina). Poi abbiamo pranzato tutti insieme a casa di Gaby. I ragazzi colombiani hanno preparato il Gazpacho, un'ottima zuppa fredda a base di pomodoro, olio d'oliva, cetrioli e, una certa quantita' invisibile ma sottilmente subdola di aglio, il cui aroma ci ha accompagnato per ore.
Globalizzante!
Difficile da credere, ma su spinta di Miguel, che a quanto pare si occupa di arte, nel pomeriggio siamo stati al Nasher Museum a seguire una specie di conferenza sul ruolo dell'arte nelle rivendicazioni sociali e politiche della comunita' latino-americana. Vi lascio immaginare i miei pensieri!
A dire il vero non ho capito quasi nulla, a parte il fatto che una delle speakers continuava a ripetere "latina/latino" in sequenza femminile/maschile, tutte le volte che doveva utilizzare l'aggettivo "latino".
Ho intuito che doveva trattarsi di qualche "poco-pratico-ma-rivendicativo" accorgimento di tipo ultrafemminista. E infatti cosi' era!!!
Bislacca/bislacco, you know!
Neanche le diverse mostre di arte moderna presenti nel museo mi hanno convinto piu' di tanto (date un'occhiata, e poi mi dite...). La piu' interessante era quella di un artista amico di Miguel, Pedro Lasch, di Citta' del Messico, intitolata "Black Mirror/Espejo Negro", con sculture pre-colombiane originali molto interessanti, che si riflettono su specchi scuri.
Me n'e' rimasto semi-oscuro anche il senso, ma suppongo che questo dipenda essenzialmente dalla mia ignoranza nel campo dell'arte moderna....
What can we do!?
La vera opera d'arte pero' l'ho consumata a cena: Bison Burger (hamburger di bisonte) e birrazza fredda da Ted's Montana Grill. Ragazzi, questa e' l'America dei miei sogni! E con questo pasto succulento, abbiamo rifesteggiato il nostro arrivo e salutato Lina, in partenza per la Colombia. Una volta a casa ci siamo ributtati nello strameritato riposo, stanchi ma soddisfatti!
I'm a lazy boy!
Beh, niente male, come inizio no?!

26 maggio 2008

Turizombies



Carissimo amico,
mi dici che ti piacerebbe passare una vacanza dalle mie parti? Bene! Perchè no!
La mia città, Lecce, ha un centro storico splendido e i dintorni sono eccezionali, soprattutto lungo la costa.
Preferisco non suggerirti un percorso nè farti da cicerone.
Ammetto che non ne sarei capace.
E poi, questa terra non ha nè capo nè coda e va scoperta disordinatamente, così com'è!
Potrei toglierti il gusto di farlo da te?
Evita di acquistare una guida cartacea.
Ti basti una cartina stradale, la voglia di cibarti con gusto e curiosità, di muoverti da una costa all'altra e, se sei in città, di guardare spesso in alto, dove le linee dei palazzi antichi creano incroci illusori ma incantevoli, sullo sfondo del cielo azzurro.
Prova. Scoprirai effetti... inediti!
Però, un consiglio fraterno te lo devo dare. Vieni fuori stagione. O meglio, vieni in una delle stagioni migliori: fine primavera oppure fine estate. Evita la cosiddetta "stagione turistica".
Se vuoi goderti lo spettacolo, fallo quando "la sala è semivuota", in compagnia di persone sensibili ed educate come te.
Goditi la costa settembrina. In una giornata puoi fare il bagno in decine di posti diversi, in acqua sempre limpida e fresca.
Capirai davvero cos'è il mare, il suo profumo, il suo carattere, se ci farai un salto nel tardo pomeriggio, prima dell'aperitivo, quando sta per tramontare il sole e non c'è più nessuno.
Non scordare che questo mare è solitudine. La solitudine più bella.
E non disdegnare i paesini piccoli e sconosciuti. A volte la scoperta di una chiesetta rupestre, del suo pacifico isolamento in mezzo ai rovi o in prossimità degli olivi, può svegliare in te sensazioni nuove e genuine.
Stai tranquillo, mangerai bene, soprattutto se non è sabato sera. Prova il cibo locale, a più riprese, e il vino rosso. Direi un buon Primitivo. Ti scalderà l'anima.
Ah, scusami se mi sono espresso ambiguamente.
Tempo fa, quando ti parlai della mia "visione non democratica del bello", intendevo dire che secondo me le bellezze locali dovrebbero essere innanzi tutto a cura e a beneficio delle popolazioni residenti.
La massificazione del turismo sarà pure "democratica", ma è profondamente distruttiva, soprattutto se i proventi non sono spesi a vantaggio di tutti.
Quindi, dimmi, di che democrazia stiamo parlando se non è per tutti?
Ne è dimostrazione questa piccola città, potenzialmente bellissima, che a fine estate (ma anche, aimè, alla fine di ogni "evento" del week-end), si riduce a pisciatoio pubblico e mentre pochi si sfregano legittimamente le mani, felici di aver fatto il loro affari, il grosso della cittadinanza, il vero padrone di casa, che ci guadagna?
Cediamo la nostra città (dintorni compresi) alle orde barbariche dei turi-zombies, in cambio di traffico inquinante, rumori molesti, limitazioni nel libero movimento, innalzamento dei prezzi...
Per questo, ti consiglio, stai alla larga anche dai mega concertoni di musica finto-tradizionale... dalle discoteche per ebeti... dalle pseudo-sagre paesane tutte uguali.
Cerca il silenzio, se ancora ce n'è, in qualche angolo sfuggito al caos dei tempi moderni.
E se lo trovi, fammelo sapere.
Sarò lì in un attimo.

16 maggio 2008

Capitolo 4 - Epilogo

Si fermò sul vialetto di casa. L'aria fuori era completamente cambiata. Non più fresca, nè limpida. Una specie di diffusa foschia rendeva ancora più irreale quel paesaggio sempre più assurdamente silenzioso.
Si rese conto che non c'era più la brezza, nè uccelli in volo, nè guaiti di cani di campagna. Nulla. Nessun dannato rumore di fondo.
Anzi si.
Ora si.
Un rumore cupo e distante. Poi di nuovo quel maledetto ronzio attraverso i timpani. Si prese istintivamente la testa tra le mani. Le pressò forte sulle orecchie.
Il ronzio aumentava, insieme al dolore. Non ne poteva più.
La stanchezza lo chiamava alla resa, impadronendosi della sua volontà.
D'un tratto dovette alzare lo sguardo. Gli occhi sbarrati, la bocca spalancata. Luci intermittenti simili a grossi leds colorati si facevano largo attraverso la densa foschia, evidenziando una specie di movimento rotatorio che lo ipnotizzava.
Un fascio cilindrico di luce, proveniente dall'alto, lo investì d'improvviso. Non si mosse. Non poteva nè voleva più muoversi.
Fermo, dritto, ritornò con le braccia penzoloni lungo i fianchi e attese, passivo.
Poi levitò. Lentamente. Inesorabilmente. Senza reagire.
Fu risucchiato, attraverso il fascio luminoso, verso il cerchio di luci intermittenti che delimitavano un'apertura scura di forma circolare. Sembrava l'ingresso di un enorme, mostruoso, mezzo di trasporto alieno. Ne fu ingurgitato mentre l'apertura si chiudeva sotto i suoi piedi.
Si ritrovò nel ventre orrendo della gigantesca astronave, fatto di lamiere color rame.
Sentì un sinistro sferragliare. Provò un brivido di infinito terrore dietro la schiena, nonostante il caldo soffocante. Sapeva di non poter far nulla. Di non voler far nulla.
Poi vide.
Vide i cavi metallici. Centinaia di cavi metallici che stridendo fuoriscivano dalle pareti.
E i corpi inermi. Centinaia di corpi inermi. In piedi, seduti, stesi.
Corpi di carne e di metallo.
Di metallo e di carne.
Provò a sorridere. Fu invaso da una specie di pacifica amarezza.
Capì, in quel momento, che non stava succedendo di nuovo.
Stava, semplicemente, succedendo.
= F I N E =

Capitolo 3

Scese dall'autobus. Aveva smesso di piovere e l'aria odorava di terra bagnata. Il cielo, spazzato da una piacevole brezza, era finalmente limpido. Attraversò la strada poco trafficata e si incamminò su un sentiero tra i campi. Mezz'ora dopo vide il tetto spiovente della sua vecchia casa.
Provò disagio. Quell'incontro lo intimoriva. Dopo anni di silenzio sentiva di aver perso il diritto a definirsi figlio. Ma quell'emozione era turbata da ben altre paure.
Profonde e indicibili.
Sul vialetto di casa ammirò la zona d'ombra creata dagli alberi potati ad arte, in linea perfetta con le siepi laterali. Bussò timidamente. Poi ancora. Forse dormivano. Provò a girare la maniglia del portoncino d'ingresso. Nessuna resistenza. Era aperto.
Entrò cautamente. Non voleva spaventarli. L'arredamento non era cambiato di molto. Minimale ed elegante.
Troppo silenzio.
Salì al piano superiore. Nessuno.
Letti intatti. Ogni cosa perfettamente al proprio posto. I suoi genitori non erano mai stati il genere di persone che passano la notte fuori di casa. Dopo tutto quel tempo dovevano aver cambiato abitudini.
Lo sperava.
Decise di schiarirsi le idee con una doccia. Resistette alla tentazione di aspettarli dormendo.
Era stanco di incubi.
Era debole. Aveva i crampi allo stomaco. Un lieve ma prolungato capogiro lo convinse a scendere in cucina e mangiare qualcosa. Latte, biscotti, marmellata, seduto al tavolo della sua infanzia.
Cominciò a dare segni di impazienza.
L'attesa lo sfiniva.
Gli doleva di nuovo la testa. Attivò il cellulare, ma non c'era segnale. Accese la TV, che era proprio di fronte al tavolo. Niente. Sullo schermo solo fastidiose scariche elettrostatiche.
La testa non gli dava tregua.
Si alzò, bevve qualche sorso d'acqua direttamente dal rubinetto.
Poi di nuovo quel ronzio insopportabile nelle orecchie.
Basta. Era spossato. Non riusciva a riflettere. Nè a mantenere la calma.
Uscì sbattendo la porta, deciso a fare qualcosa. Qualsiasi cosa.
Aveva gli occhi di un pazzo.

15 maggio 2008

Capitolo 2

In Aeroporto si confuse tra la gente. Cercò il locale più affollato per restare invisibile. Mangiò seduto al banco. Poi bevve un caffè troppo amaro, sorseggiandolo a lungo. Pagò in contanti, non facendo caso al sorriso ammiccante della cameriera. Uscì senza fretta.
La stazione degli autobus era a due passi. Salì, pagò il biglietto all'autista e sedette accanto al finestrino, in una delle file retrostanti. In testa cumuli di pensieri irrisolti.
Ebbe la tentazione di chiamare la sua famiglia. Vederlo dopo tutto quel tempo li avrebbe sconvolti. Ne era certo.
Il bus partì traballando. Non se ne accorse nemmeno.
Attivare il cellulare poteva essere rischioso. E poi era ovvio che i suoi avrebbero fatto troppe domande. Lasciò perdere. Si impose prudenza.
Cominciò a piovere. Poco, ma con insistenza. Le luci sfocate delle auto provenienti dalla direzione opposta trapassavano i finestrini bagnati, irradiandosi scompostamente.
L'intensità dei pensieri lo portò ad assopirsi.
L'aria si fece pesante. C'era cattivo odore. Di tanto in tanto un ronzio fastidioso gli penetrava la testa da un orecchio all'altro. Provava fastidio.
Un colpo di tosse. Poi un altro.
Sentiva un calore viscido insinuarsi lungo la schiena. Si accorse di non poter più muovere la testa nè aprire gli occhi.
Di nuovo il ronzio. Da parte a parte. Si sentì soffocare. Le braccia, le gambe, le mani, avvolte in quel calore umido e innaturale si intorpidirono. Decise di urlare. Le labbra, incollate l'una all'altra, soffocarono quel tentativo disperato in un rantolo grottesco.
Poi si vide. Vide sè stesso farsi corpo unico con l'orrendo sedile. Le pareti del bus divennero lamiera incandescente.
Colpi di tosse secca. Sudore. Cavi metallici fuoriscivano stridendo dalle pareti.
Dolore. Intenso. Cavi metallici arpionati alla carne viva. La sua.
Carne e metallo. Metallo e carne.
La brusca frenata lo svegliò.
Di nuovo.
Era successo di nuovo.
Succedeva sempre.

13 maggio 2008

Capitolo 1

Salì sul primo volo disponibile, con meno dell'essenziale in un piccolo zaino, diretto verso una non-meta in cui sparire.
Smise di sentirsi osservato solo quando provò la pressione del decollo nello stomaco. Poi si addormentò. Nè fame, nè sete, nè gli assistenti di volo riuscirono a svegliarlo.
Nel sonno vide oggetti di fuoco sfrecciare in un cielo di rame e di piombo e visse una fuga senza senso tra i sentieri sconnessi di un bosco opprimente. Udiva il suo stesso affanno mentre la corsa frenetica si mutava in un passo forzato e innaturale, come se avesse muscoli di gomma.
I suoi occhi pieni di panico guardavano le gambe affondare lentamente nel terreno fattosi massa di fango densa e vorace. I tendini si tesero in uno sforzo inutile.
Suoni ovattati, più buio che luce, bagliori improvvisi ma brevi.
L'aereo atterrò con un colpo secco. Fu un risveglio violento, senza sollievo. Sentiva il sudore irritargli la fronte e gli altri passeggeri vociare eccitati e stanchi. Un dolore pungente allo stomaco, vuoto e in subbuglio.
Ancora incubi, sempre incubi.
Aprì gli occhi solo quando gli altoparlanti gracchiarono le formule di rito.

5 febbraio 2008

Interferenza Base








Una volta mi accorsi che la verità era un segnale intermittente tutt'altro che regolare. Si trattò di un'interferenza breve e improvvisa nel flusso dei comuni dialoghi quotidiani. Da quel momento scoprii che accadeva di continuo, quasi impercettibilmente, sempre imprevedibilmente. Bisognava solo farci caso.
Vidi che la verità si materializzava nel momento stesso in cui si spezzava un anello della catena comunicativa. Se non me ne fossi accorto per tempo non ne sarebbe rimasta traccia. L'anello spezzato ma visibile sarebbe divenuto, in un attimo, mancante e dimenticato. La catena si sarebbe immediatamente ricompattata e la corrente di immagini e parole avrebbe ripreso a correre, uguale a sè stessa, uguale per tutti, me compreso.
Certi eventi, certe persone, certe cose, sono scariche elettrostatiche che spezzano, deformano e sfasano il morbido andirivieni della comunicazione, facendone intravedere appena l'essenza sottostante, quasi in trasparenza e sempre per il tempo di un'intuizione.
Resto ancora in attesa delle giuste percezioni che insieme squarcino il velo delle illusioni.